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giovedì, 09 giugno 2005
Vorrei dire che le cose vanno “meglio”. Il che è in parte vero. Ma “meglio” mi pare così lontano dalla realtà, così povero… e non rende giustizia agli sconvolgimenti che stiamo vivendo e che verranno.
mercoledì, 18 maggio 2005
Me ne rendo conto, non c’è altra opzione valida che cercare disperatamente di accettare la realtà. È l’unica alternativa alla follia. Eppure ci sono giorni grigi e pesanti come ieri, come oggi, nei quali vorrei solo urlare, alzare i pugni al cielo e bestemmiare con tutte le mie forze, dare sfogo a quel grumo di rabbia inespressa che mi pulsa in qualche angolo oscuro della mente. Esigere un “perché”, una spiegazione… quale logica impietosa o illogica e crudele casualità ha permesso tutto questo? Qual è il motivo, la spiegazione, il perché, in sintesi, di ciò che sta succedendo alla mia mamma? Perché a lei? Perché? E angoscia, rabbia, frustrazione, ribellione, incredulità, collera mi salgono da dentro, si fondono in un grido afono che rimbalza contro un cielo sordo e mi lasciano svuotato, schiacciato sotto il peso di un dolore che si fa ogni giorno più denso, compatto. sabato, 07 maggio 2005
Accidenti, è vero. Sto trascurando questo mio blog. Il punto è che vedo scorrere tutto intorno a me, ma io vivo in un unico pensiero, in una sorta di montagne russe emotive di speranza, angoscia, sollievo ed impareggiabile tristezza. E l’unica cosa che mi salva è il riuscire a distrarmi per qualche ora, riuscire a non pensare. O almeno provarci a non pensare. Per questo non scrivo. Perché per scrivere, spesso, occorre un minimo di pensiero.
E poi la vita in quella sorta di acquario che è il reparto di seconda rianimazione è difficile da spiegare a chi ne sta al di fuori. La vita vera è sostanzialmente diversa. Come spiegare, per esempio, le emozioni violente e contrastanti che un gesto semplice, banale, trascurabilmente naturale come l’aprire gli occhi può suscitare? Non ne sono capace, abbiate pazienza… mercoledì, 27 aprile 2005
E alla fine ci conosciamo tutti nel reparto di seconda rianimazione. Siamo tutti lì due volte al giorno a cercare notizie, a fare una visita ai nostri cari che dormono. Siamo tutti figli, mariti, padri, madri, mogli, figlie, nipoti. Abbiamo tutti un dolore conficcato in profondità. Condividiamo le nostre storie, le speranze, le lacrime, a volte. Ci scambiamo qualche sorriso, qualche «Come va?», qualche «Un po’ meglio, oggi?», qualche «Bisogna avere pazienza». Quando qualcuno viene trasferito in un altro reparto è una festa: gli auguri sono sinceri, il sollievo è tangibile e la speranza concretizzata è quasi contagiosa. I nuovi arrivati sono invece accolti con compunta premura: insegniamo loro gli orari di visita, i nomi dei medici, il rito del camice verde e delle soprascarpe azzurre da indossare prima di entrare in reparto. Poi aspettiamo che l’infermiera ci lasci passare ed entriamo, coi nostri camici verdi e le soprascarpe azzurre. Entriamo in un mondo ovattato di colori poco definiti, di macchinari che suonano e lampeggiano come strani insetti in una sera d’estate surreale. Ci avviciniamo piano ai letti, quasi che le soprascarpe fossero pesanti blocchi di cemento. Piano, un passo alla volta. Piano. E nel tempo senza tempo della seconda rianimazione parliamo ai nostri cari che dormono. Ci facciamo forza, non vogliamo che ci sentano piangere, e raccontiamo loro che la vita là fuori va avanti, anche se senza di loro è un po’ meno vita. Raccontiamo cosa abbiamo visto in TV, cosa è arrivato per posta, raccontiamo le piccole cose del quotidiano, della spesa, del bucato, della nuova raccolta punti dell’Esselunga. Poi usciamo. Piano. E ci ritroviamo tutti a toglierci il camice verde e le soprascarpe azzurre. Ci salutiamo, ci sorridiamo. Perché alla fine ci conosciamo tutti nel reparto di seconda rianimazione. domenica, 24 aprile 2005
Un salto di mezza giornata a Padova a prendere un po’ di ricambi, a controllare la posta, vuotare il frigo, dar da bere alle piante e tutte quelle cose lì. Un viaggio veloce ed irreale in autostrada in un cielo grigio e mutevole, tra pulman e pulman di tedeschi alla volta di Roma. Mi aggiro per la mia piccola casa e fatico a ricordare la mia vita prima di venerdì 15 aprile. Faccio la valigia, riempio anche uno zaino e mi preparo a tornare a Brescia.
mercoledì, 20 aprile 2005
Se penso che qualche tempo fa stavo prendendo in considerazione l’ipotesi di chiudere il blog! Ora, invece, proprio grazie a questo blog sto ricevendo sostegno, affetto, incoraggiamento… Un grazie di cuore a tutti voi, amici virtuali e amici reali, per le vostre parole, per i commenti, le mail e gli sms. Per la vostra vicinanza che è davvero importantissima in un momento come questo.
Qui la situazione è stabile: sono riusciti a fermare l’infezione che ha comunque causato danni molto gravi. I medici non si sbilanciano ancora e ci dicono solo di avere pazienza, di vedere cosa succederà nei prossimi giorni. E noi viviamo giorno per giorno, ora per ora in un tempo dilatato ed irreale. sabato, 16 aprile 2005
Quando si è in stato di shock capita di fare cose che esulano dai nostri abituali comportamenti. Ricordo quando vidi in TV l’attentato al Worl Trade Center: rimasi in piedi tutto il pomeriggio davanti alla TV. Stavo per uscire e rimasi lì con lo zainetto sulle spalle, la felpa annodata in vita, le chiavi della bici in una mano e il telecomando nell’altra. Così fino a sera.
Anche il mio babbo ieri era in stato di shock e non si è tolto le scarpe fino a quando è andato a dormire. Il che per lui è strano, dato che da sempre la prima cosa che fa entrando in casa è togliersi le scarpe. Ma lo shock è stato troppo grande. Lo shock di chiamare il medico al mattino perché la mamma non stava bene, lo shock di un ricovero immediato, di una TAC, di un intervento, di un crollo improvviso per un’infezione batterica ai quali i medici non sanno dare un nome. Shock. Mi ha telefonato tra i singhiozzi. Sono corso a Brescia e ora sono qui con lui. Siamo smarriti, disorientati, confusi, persi. E lei, la mia mamma, è in una sala di rianimazione e i dottori non sanno dirci nulla se non che è grave. Ha tubi dappertutto, non è cosciente. Respira solo. Io non sono mai stato così male. Vorrei solo svegliarmi, scoprire che è stato un brutto, bruttissimo sogno e dire alla mia mamma tutto il bene che le voglio. venerdì, 15 aprile 2005
Di sera, tra le 17:30 e le 19, i piccoli supermercati del centro si riempiono di singles che uscendo dal lavoro si fermano ad acquistare qualche genere di sopravvivenza. Ci sono un po’ tutte le categorie: studenti, impiegati, eleganti singles in carriera e singles squattrinati, singles per scelta, singles che ci si è trovati così, singles di passaggio tra una storia e l’altra. Ci sono sguardi persi, altri attenti o sognanti; c’è chi ciondola tra le corsie, chi va di fretta, chi sa cosa comprare, chi si guarda un po’ in giro. Nessuno ha il carrello, qualcuno ha il cestino, la maggior parte, come me, ha le braccia piene di roba perché si entra per una cosa, poi ne viene in mente un’altra e ci sono pure gli yogurt in offerta e via così. E ci troviamo tutti alla cassa. Siamo tutti singles, si vede: con la nostra spesa minima da single, con le nostre diversità, con la molteplicità delle nostre vite. Ci lanciamo un’occhiata di sfuggita, sbirciamo le nostre spese e ci sentiamo simili, ci sentiamo insieme. Per un breve e strano istante non siamo più “singoli”, ma siamo una piccola costellazione di esistenze, siamo i tasselli di un mosaico di storie tutte uniche, tutte bellissime. E mentre sei perso nei tuoi pensieri ti raggiunge una voce lontana «Sono 5 euro e 61». Paghi ed esci. L’aria profuma mentre pedali verso casa con uno zaino pieno di yogurt in offerta e generi di sopravvivenza. giovedì, 14 aprile 2005
Belloccio suona alla porta di Belloccia: ha finito qualcosa in cucina (le uova per la frittata, se vogliamo essere precisi). Lei è gentile, lo fa entrare, ma ecco che lui se ne approfitta e le chiede di fare una telefonata col telefono fisso. Il che è un po’ strano, dato che è uno spot della TIM. Dopo un po’ Belloccia torna da Belloccio e lo accusa di essere stato troppo al telefono «Avrai fatto 30 telefonate», gli dice. E stranamente in un italiano comprensibile. Belloccio spiega quindi a Belloccia le nuove tariffe telefoniche che sono tanto vantaggiose e fanno risparmiare e via discorrendo. Devo dire che tra tutti gli spot TIM questo è il più riuscito: prima di tutto si parla davvero di telefonia, poi Belloccio e Belloccia sono insolitamente simpatici… Cosa!? Come!? No… Ma siete sicuri? Dite che sono Fiorello e Mike Bongiorno ed è uno spot di Wind Infostrada!? Ma dai… Accidenti, ecco perché non mi faceva venire il nervoso… mercoledì, 13 aprile 2005
E mi ritrovo a pensare che lo yoga è proprio una cosa strana. Premessa: io non amo il contatto fisico, detesto quando una persona mi tocca mentre mi parla, non sono un fan dei bacini – baciotti che qui in Veneto sono così comuni quando ci si incontra e/o saluta, difficilmente mi lascio andare a pacche sulle spalle, scherzi di mani e simili. Sono fatto così. Per me il contatto fisico richiede delle premesse, dell’intimità… Sta di fatto che a yoga spesso dobbiamo fare esercizi a due e io mi trovo sempre a farli con questo tipo di cui so a malapena il nome. Non ho mai avuto modo di scambiare due parole con lui: dopo la lezione ci si saluta rapidamente, poi accompagno la mia amica alla macchina e volo a casa in preda ai crampi della fame. Così di questo tizio non so nulla. Indossa spesso una maglietta di Edimburgo, ma mi sembra una traccia assai misera per ricostruire la vita di una persona (tanto più che potrebbero avergliela regalata). Eppure abbiamo un continuo contatto fisico… a volte ben superiore a quello che avrei con amici coi quali sono molto in confidenza. Ci pensavo ieri mentre tenevo una mano sulla chiappa destra di costui e gli spingevo l’anca. Le varie signore del corso di yoga sono molto disinvolte, non mostrano particolare imbarazzo nel toccarsi, comprimersi e tirarsi a vicenda. Io, invece, mi sento come se fossi proiettato di colpo in una realtà parallela nella quale mi trovo a fare cose che non farei mai nella vita vera. E mi ritrovo a pensare che in effetti lo yoga è proprio una cosa strana. martedì, 12 aprile 2005
Bene, dato che a chiarulli è piaciuto, mi sento legittimato a condividere con tutti voi la ricetta del “Torto (non torta, né, proprio “torto”) di carote e mandorle”. È una ricetta veloce, facilissima, senza tranelli e il cui risultato è insospettabilmente gustoso. Siori e siore, per l’angolo de “lo hobbit ai fornelli” ecco a voi il “Torto di carote e mandorle”. lunedì, 11 aprile 2005
Belloccia si sveglia, si stiracchia nel letto, allunga la mano per cercare Belloccio lì in parte a lei, ma al posto di Belloccio trova i soliti 4 gatti. No, intendevo dire che sono davvero dei gatti: 4 esserini pelosi, con quattro zampe, la coda, i baffi… dei felini, insomma. Belloccia ne è sorpresa quanto noi. Agguanta con voluttà uno dei gattini, lo tiene in mano con la delicatezza di minatore bulgaro e mentre valuta se la creaturina possa essere in qualche modo una fonte di guadagno, viene distratta da altro. Disseminati per la camera di Belloccia ci sono infatti gruppi di oggetti: 4 di ogni tipo, una versione ubriaca e postmoderna dell’arca di Noè! Che strano! Belloccia si alza e comincia a seguire le tracce: 4 tartarughine (finte), 4 stelline, 4 paperette di gomma, 4 fiori, 4 foto di Belloccio in posizioni osé. Sì, ma lui dov’è? Sorpresa! Ecco che Belloccio spunta da una porta (o è un armadio a muro?) e va verso Belloccia. Lei gli dice qualcosa tipo «tu sei 4 volte matto» (o simili; come sappiamo da un po’ di tempo la doppiatrice di Belloccia è irreperibile, beata lei) e con la manina fa un gesto tipo “all’estero si pensa che voi italiani accompagniate ogni vostra affermazione con movimenti teatrali della mano sventolata a mezz’aria”. La gestualità di Belloccia è pari solo alla sua abilità recitativa. Belloccio pare non badarci e i due si abbracciano felici. A questo punto dovrebbe esserci la scena di uno dei due che si sveglia e dice all’altro/a: «Ho fatto un sogno così idiota! Non dobbiamo più mangiare l’impepata di cozze prima di andare a dormire!», ma no, non succede nulla. Lo spot finisce. E noi ci chiediamo: ma cosa vuol dire? Quale messaggio subliminale stanno cercando di trasmetterci i signori della TIM insistendo sul numero 4? I Fantastici 4? I 4 evangelisti? I 4 cavalieri dell’apocalisse? 4° potere? Spegnete la TV e andate a fare 4 passi? Mah? A me viene solo voglia di dare 4 sberle a Belloccio e Belloccia. Due per uno. domenica, 10 aprile 2005
Molti di voi hanno una coscienza: un grillo parlante, una voce interiore, una guida spirituale o come preferite chiamarla. Io avevo un croccantino. Il croccantino in questione si è stabilito nella mia cucina nell’angolo sotto il calorifero più o meno l’ultima volta che i miei genitori sono venuti a trovarmi con il loro gatto, il micio Penny (da me ribattezzato “Sgrinfio”, ma questa è un’altra storia). Il che dev’essere stato intorno al 5 o al 6 marzo o giù di lì… Da allora il croccantino è sempre rimasto nell’angolo sotto il calorifero della cucina e da lì ha osservato lo svolgersi della mia vita, dimostrandosi spesso un affabile conversatore ed una compagnia più piacevole di molti esseri umani. La mattina mi dava il buongiorno e la sera la buonanotte; mi accoglieva con una parola gentile al mio ritorno dal lavoro e più di una volta ha saputo trovare risposta ai miei interrogativi morali (è lecito guardare un DVD durante i funerali del papa? E se è lecito, va bene anche “Sex and the City”?). Ultimamente, però, ha cominciato ad essere un po’ petulante. Mi diceva che la cucina era sporca, che era ora di pulire, che lui lì sotto al calorifero cominciava ad avere problemi respiratori per la troppa polvere e via dicendo. Si lamentava di dover condividere il suo poco spazio anche con uno spaghetto Barilla n. 5 ed una buccia di carota secca. È arrivato persino a minacciarmi di chiamare l’ufficio d’igiene. Al che non c’ho più visto, ho preso l’aspirapolvere e l’ho risucchiato. Lui, lo spaghetto Barilla n. 5, la buccia di carota e tutto il resto. Ho fatto piazza pulita, una pulizia coi fiocchi. E proprio quando ero soddisfatto del risultato, lui -il croccantino- dal ventre dell’aspirapolvere mi ha gridato «Dato che ci sei, passa lo straccio!». venerdì, 08 aprile 2005
Sono i piccoli sentimenti che ti fregano. Non le grandi emozioni collettive che ti caricano e ti fanno sentir parte di un qualcosa; non gli sconvolgimenti del vivere che arrivano come uragani e rivoluzionano l’ordinario. No, sono i piccoli, sottili, impalpabili sentimenti che ti fregano. Che ti colgono di sorpresa e ti lasciano privo di difese. Quelli ai quali non riesci a dare nome, quelli che ti piombano addosso mentre hai altro da fare, quelli ai quali non hai tempo di dare retta o, meglio, ai quali vorresti dire di non avere tempo. |
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